Comunità Parrocchiale “S. Paolo Apostolo” – Acireale
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PER CAMMINARE INSIEME
Anno XIV – n. 4


Appuntamenti di preghiera quotidiani


Cammino della settimana
23 - 29 Gennaio 23


Lun 23 Parola del giorno Mc 3,22-30
Nessuno può entrare nella casa di un uomo forte e rapire i suoi beni, se prima non lo lega.
Ore 17,30 – Rosario
Ore 18,00 - Celebrazione eucaristica



Mar 24 Parola del giorno Mc 3,31-35 – SAN FRANCESCO DI SALES
Ecco, tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle stanno fuori e ti cercano
Ore 17,30 - Rosario
Ore 18,00 - Celebrazione eucaristica



Mer 25 Parola del giorno Mc 16,15-18 - FESTA DELLA CONVERSIONE DI SAN PAOLO
Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura.
Ore 17,30 – Rosario
Ore 18,00 – Celebrazione Eucaristica


Giov 26 Parola del giorno Lc 10,1-9 - SANTI TIMOTEO E TITO
Dopo questi fatti il Signore designò altri settantadue e li inviò a due a due davanti a sé

Ore 17,30 – Rosario
Ore 18,00 – Celebrazione Eucaristica


Ven 27 Parola del giorno Mc 4,26-34
Senza parabole non parlava loro ma, in privato, ai suoi discepoli spiegava ogni cosa.
Ore 17,30 - Rosario
Ore 18,00 – Celebrazione eucaristica


Sab 28 Parola del giorno Mc 4,35-41 - SAN TOMMASO D’AQUINO
Maestro, non t'importa che siamo perduti?
Ore 17,30 – rosario
Ore 18,00 – Celebrazione eucaristica


Domenica 29 giorno del Signore e della comunità.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia.

Ore 09,00 – Celebrazione eucaristica.
Ore 11,00 – Celebrazione eucaristica.
Ore 18,00 – Celebrazione eucaristica.




Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Mercoledì scorso abbiamo avviato un ciclo di catechesi sulla passione di evangelizzare, cioè sullo zelo apostolico che deve animare la Chiesa e ogni cristiano. Oggi guardiamo al modello insuperabile dell’annuncio: Gesù. Il Vangelo del giorno di Natale lo definiva “Verbo di Dio” (cfr Gv 1,1). Il fatto che egli sia il Verbo, ossia la Parola, ci indica un aspetto essenziale di Gesù: Egli è sempre in relazione, in uscita, mai isolato; la parola, infatti, esiste per essere trasmessa, comunicata. Così è Gesù, Parola eterna del Padre protesa a noi, comunicata a noi. Cristo non solo ha parole di vita, ma fa della sua vita una Parola, un messaggio: vive, cioè, sempre rivolto verso il Padre e verso di noi. Sempre guardando il Padre che Lo ha inviato e guardando noi a cui Lui è stato inviato. Se infatti guardiamo alle sue giornate, descritte nei Vangeli, vediamo che al primo posto c’è l’intimità con il Padre, la preghiera, per cui Gesù si alza presto, quand’è ancora buio, e si reca in zone deserte a pregare (cfr Mc 1,35; Lc 4,42) a parlare con il Padre. Tutte le decisioni e le scelte più importanti le prende dopo aver pregato (cfr Lc 6,12; 9,18). Proprio in questa relazione, nella preghiera che lo lega al Padre nello Spirito, Gesù scopre il senso del suo essere uomo, della sua esistenza nel mondo perché Lui è in missione per noi, inviato dal Padre a noi. A tale proposito è interessante il primo gesto pubblico che Egli compie, dopo gli anni della vita nascosta a Nazaret. Gesù non fa un grande prodigio, non lancia un messaggio ad effetto, ma si mischia con la gente che andava a farsi battezzare da Giovanni. Così ci offre la chiave del suo agire nel mondo: spendersi per i peccatori, facendosi solidale con noi senza distanze, nella condivisione totale della vita. Infatti, parlando della sua missione, dirà di non essere venuto «per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita» (Mc 10,45). Ogni giorno, dopo la preghiera, Gesù dedica tutta la sua giornata all’annuncio del Regno di Dio e la dedica alle persone, soprattutto ai più poveri e deboli, ai peccatori e agli ammalati (cfr Mc 1,32-39). Cioè Gesù è in contatto con il Padre nella preghiera e poi è in contatto con tutta la gente per la missione, per la catechesi, per insegnare la strada del Regno di Dio. Ora, se vogliamo rappresentare con un’immagine il suo stile di vita, non abbiamo difficoltà a trovarla: Gesù stesso ce la offre, lo abbiamo sentito, parlando di sé come del buon Pastore, colui che – dice – «dà la propria vita per le pecore» (Gv 10,11), questo è Gesù. Infatti, fare il pastore non era solo un lavoro, che richiedeva del tempo e molto impegno; era un vero e proprio modo di vivere: ventiquattrore al giorno, vivendo con il gregge, accompagnandolo al pascolo, dormendo tra le pecore, prendendosi cura di quelle più deboli. Gesù, in altre parole, non fa qualcosa per noi, ma dà tutto, dà la vita per noi. Il suo è un cuore pastorale (cfr Ez 34,15). Fa il pastore con tutti noi. Infatti, per riassumere in una parola l’azione della Chiesa si usa spesso proprio il termine “pastorale”. E per valutare la nostra pastorale, dobbiamo confrontarci con il modello, confrontarsi con Gesù, Gesù buon Pastore. Anzitutto possiamo chiederci: lo imitiamo abbeverandoci alle fonti della preghiera, perché il nostro cuore sia in sintonia con il suo? L’intimità con Lui è, come suggeriva il bel volume dell’abate Chautard, «l’anima di ogni apostolato». Gesù stesso l’ha detto chiaramente ai suoi discepoli: «Senza di me non potete far nulla» (Gv 15,5). Se si sta con Gesù si scopre che il suo cuore pastorale palpita sempre per chi è smarrito, perduto, lontano. E il nostro? Quante volte il nostro atteggiamento con gente che è un po’ difficile o che è un po’ difficoltosa si esprime con queste parole: “Ma è un problema suo, che si arrangi…”. Ma Gesù mai ha detto questo, mai, ma è andato sempre incontro a tutti gli emarginati, ai peccatori. Era accusato di questo, di stare con i peccatori, perché portava proprio loro la salvezza di Dio. Abbiamo ascoltato la parabola della pecora smarrita, contenuta nel capitolo 15 del Vangelo di Luca (cfr vv. 4-7). Gesù parla anche della moneta perduta e del figlio prodigo. Se vogliamo allenare lo zelo apostolico, il capitolo 15 di Luca è da avere sempre sotto gli occhi. Leggetelo spesso, lì possiamo capire cosa sia lo zelo apostolico. Lì scopriamo che Dio non sta a contemplare il recinto delle sue pecore e nemmeno le minaccia perché non se ne vadano. Piuttosto, se una esce e si perde, non la abbandona, ma la cerca. Non dice: “Se n’è andata, colpa sua, affari suoi!”. Il cuore pastorale reagisce in altro modo: il cuore pastorale soffre, il cuore pastorale rischia. Soffre: sì, Dio soffre per chi se ne va e, mentre lo piange, lo ama ancora di più. Il Signore soffre quando ci distanziamo dal suo cuore. Soffre per quanti non conoscono la bellezza del suo amore e il calore del suo abbraccio. Ma, in risposta a questa sofferenza, non si chiude, bensì rischia: lascia le novantanove pecore che sono al sicuro e si avventura per l’unica dispersa, facendo così qualcosa di azzardato e pure di irrazionale, ma consono al suo cuore pastorale, che ha nostalgia di chi se n’è andato. …. Evangelizzare non è fare proselitismo: fare proselitismo è una cosa pagana non è religiosa né evangelica. C’è una parola buona per quelli che hanno lasciato il gregge e a portarla abbiamo l’onore e l’onere di essere noi a dire quella parola. Perché la Parola, Gesù, ci chiede questo, di avvicinarsi sempre, con il cuore aperto, a tutti, perché Lui è così. Magari seguiamo e amiamo Gesù da tanto tempo e non ci siamo mai chiesti se ne condividiamo i sentimenti, se soffriamo e rischiamo in sintonia con il cuore di Gesù, con questo cuore pastorale, vicino al cuore pastorale di Gesù! Non si tratta di fare proselitismo, l’ho detto, perché gli altri siano “dei nostri”, no, questo non è cristiano: si tratta di amare perché siano figli felici di Dio. Chiediamo nella preghiera la grazia di un cuore pastorale, aperto, che si pone vicino a tutti, per portare il messaggio del Signore e anche sentire per ognuno la nostalgia di Cristo. Perché, la nostra vita senza questo amore che soffre e rischia, non va: se noi cristiani non abbiamo questo amore che soffre e rischia, rischiamo di pascere solo noi stessi. I pastori che sono pastori di se stessi, invece di essere pastori del gregge, sono pettinatori di pecore "squisite". Non bisogna essere pastori di se stessi, ma pastori di tutti.

Papa Francesco


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Web Master Mario Pappalardo